Il vangelo di Giovanni ci trasmette i gesti compiuti da Gesù nella lavanda dei piedi, descrivendo momenti da incastonare nella vita della chiesa: "Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi" (Gv 13,15).
Questi gesti parlano della sua "ora" e del suo modo di stare in relazione con l'umanità:
lasciata la tavola della comunione con Padre e lo Spirito
deposte le vesti della sua divinità
prese la natura umana e la tenne stretta a sé, abbracciando la nostra fragilità
morendo, dal suo costato versò l'acqua che purificò l'uomo
e se ne prese cura asciugandolo.
Des
idero soffermarmi con voi, solamente su un’azione specifica che il presbitero ripeterà:
“prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita”
“comincio ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto”.
1. L'asciugamano cinto ai fianchi
Gesù "prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita".
In Esodo i fianchi cinti erano segno della fretta pasquale ("Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta” Es 12,11).
Nella cena pasquale, Gesù cinge i fianchi con un asciugamano. Anche in questo caso i fianchi cinti fanno riferimento ad un’azione. Il panno, raccogliendo la lunga veste del Maestro attorno alla sua vita, rende la sua azione più semplice e leggera.
Si agisce meglio se i fianchi sono cinti!
Nella chiesa e nella vita personale, compiamo tante opere e spesso ci sentiamo frammentati nelle nostre relazioni, come tanti pezzi di puzzle difficili da ricomporre.
Il Concilio, già sessanta anni fà, intravedeva questo rischio anche nella vita dei presbiteri, i quali “immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell'azione esterna. Ed effettivamente, per ottenere questa unità di vita non bastano né l'organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità” (PO 14).
Non è questa una difficoltà che oggi viviamo tutti?
Le nostre attività sono come vestiti troppo larghi e ingombranti: vorremmo fare tante cose, sentiamo ogni cosa importante e, correndo da un posto all’altro, a volte incespicando nella veste delle tante iniziative e necessità.
C’è un asciugamano che, cinto ai fianchi, ci permetterebbe di non inciampare nelle cose che facciamo?
Il Concilio dice: per il pastore è la "carità pastorale".
In modo analogo potremmo dire: per gli sposi la "carità coniugale", per i lavoratori o i politici “la carità sociale”, per le nostre comunità “la carità ecclesiale”.
La carità, perciò, è ciò che tiene insieme ogni nostra relazione e azione.
Nelle nostre chiese tutto è unito: l’animazione liturgica con la visita agli ammalati, la caritas con la catechesi, la cura dei ragazzi con l’adorazione eucaristica, i gruppi e la comunità, le parrocchie e il territorio.
Questo ricco abito della vita ecclesiale è racchiuso da un unico asciugamano: l’amore.
Al contrario, arrivismi, pettegolezzi e mormorazioni feriscono il tessuto delle nostre relazioni e strappano la veste senza cuciture del corpo di Cristo. Facciamo nostro, perciò, l’invito di Paolo: “rivestitevi della carità, che unisce in modo perfetto” (Col 3,14).
2. Il profumo dell'asciugamano
Questa mattina una signora mi ha chiesto: “don Mimmo per la celebrazione di questa sera posso portarti il nardo?”. Le ho risposto un po’ perplesso: “è già tutto pronto: a cosa servirebbe?”. E lei mi ha risposto: potresti profumare il panno con cui asciughi i piedi!
Ho pensato: Bellissimo!! Mi è subito venuta alla mente l’immagine della donna che nel vangelo asciuga i piedi di Gesù con i suoi capelli, dopo averli unti (Gv 12,3).
Si asciugano i piedi perché possano restare profumati!
Solamente una sensibilità femminile avrebbe potuto farci cogliere questo aspetto della carità, dell’amore.
Si asciugano i piedi perché possano restare profumati. Cosa resta dei nostri gesti d'amore e dei nostri incontri più veri? Il profumo.
Il profumo del nardo richiama la sepoltura. Quest’odore ci chiede di morire a noi stessi, così come ha fatto Gesù. Il nardo è il profumo dell’umiltà che non si vede, si disperde, non chiede attenzione per se stessa.
Probabilmente, pensando al passato, non ricordiamo ogni parola delle omelie o delle catechesi o canti liturgici, certamente ricordiamo il profumo dell'accoglienza ricevuta o, a volte, l'olezzo della noncuranza. Se avremo dedicato tempo all'ascolto e alla cura, gli altri sentiranno il profumo dell'amore che resta anche dopo ogni attività.
3. L'Eucaristia: il profumo del pane
Questa sera ricordiamo non solo la lavanda dei piedi ma il dono dell'Eucaristia.
Mi piace pensare al pane e al vino come gli asciugamani che Gesù utilizza per lavare i piedi ai discepoli. L’asciugamano è un panno che troviamo abitualmente nelle nostre case, così come il pane e
il vino. Così Gesù si fa presenza silenziosa sulla tavola dell’umanità.
Nella vita della Chiesa fatta di attività, iniziative, e legami interpersonali, l’eucaristia è l’asciugamano che cinge tutto. S. Giovanni Paolo II, ci ha consegnato una delle definizioni più belle della parrocchia: “Comunità eucaristica” (ChrL 26).
La parrocchia non è solo il luogo in cui si celebra la messa, ma lo spazio vitale in cui le attività e le relazioni umane sono trasformate dal dono di Cristo.
Delle nostre Eucaristie non resta il numero delle celebrazioni, ma la qualità della carità che alimenta la nostra preghiera e abita le nostre relazioni. La carità è il profumo del pane che riconosciamo subito e che risveglia in noi il desiderio delle cose buone ed essenziali.
Nella comunione eucaristica Gesù continua a fare in noi ciò che ha fatto per noi: donando se stesso ci trasforma per diventare noi stessi il corpo di Cristo donato.
Questa sera torniamo a casa con il profumo della carità che ha riempito il cenacolo e riempie il nostro cuore: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).


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