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Relazioni che guariscono - mercoledì delle ceneri


Relazioni che guariscono
è il tema che ci accompagnerà in questa quaresima.

Questa sera, ricevendo le ceneri, saremo accompagnati da un invito: “convertitevi e credete al Vangelo”. Questo appello ci esorta, ancora una volta, ad un cambio di mentalità, ad un’inversione di marcia che, in questo anno liturgico-pastorale, interpella, in modo particolare, le nostre relazioni.

Rifletteremo su questo tema in un duplice significato:

-        ci sono relazioni che necessitano guarigione

-        ci sono relazioni che sono capaci di guarire.

Il primo significato mette in luce le esperienze di sofferenza che possono nascere dai nostri legami feriti da giudizi e litigi, rendendoci ciechi, sordi e paralitici proprio come gli ammalati del Vangelo.

Iniziamo questo percorso lasciandoci interpellare, ancora una volta, dalla domanda del Maestro: “Vuoi guarire?” Che cosa vuoi che io faccia per te?.

Come i ciechi del Vangelo anche noi potremmo essere “accecati” dal rancore, dall’invidia, dal dolore innocente, dall’orgoglio o delusione.

Assordati da troppi suoni e provocazioni potremmo aver perso la familiarità con la Parola; preoccupati di difendere le nostre opinioni e necessità, potremmo aver smarrito lo stupore del silenzio e il gusto dell’ascolto; oppure, paralizzati nelle nostre abitudini o vizi, aver perso l’entusiasmo e la passione per il Vangelo.

Perciò, all’inizio della Quaresima, ricevendo le ceneri, lasciamo che riemerga dal nostro cuore, come Bartimeo, l’invocazione Rabbunì, che io veda di nuovo.

 

Come la preghiera può guarire le nostre relazioni?

Rileggendo tre pratiche quaresimali  - preghiera, digiuno, elemosina - ci domandiamo innanzitutto quale sia il potere sanante della preghiera. Il Vangelo ci orienta con chiarezza:

Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano (Mt 5,44);

Benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male (Lc 6,28);

Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti (Mt 5,23-24).

Gesù ci insegna che la preghiera reciproca può guarire i rapporti feriti.

In questa Quaresima desideriamo vivere così il nostro dialogo con Dio: facendo  nostra la preghiera del Signore che, sulla croce, intercede per i suoi aguzzini: Padre, perdona loro  (Lc 23,34).

Attraverso le liturgie penitenziali, la preghiera personale e comunitaria, accoglieremo le parole dell’apostolo Giacomo: «Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti» (Gc 5,16).

Quando qualcuno ci fa del male o ci ferisce con le parole, invece che rimuginare pensieri vendicativi, proviamo a pregare per lui; diciamo subito il “Padre nostro” e colui, che vede nel segreto, ci guarirà.

 

Come il digiuno può guarire le nostre relazioni?

Ancora oggi si parla di digiuno, ma solitamente lo si fa in riferimento alle diete, alla salute o dell’estetica. Il digiuno viene presentato come una tecnica (intermittente, metabolico, spirituale) legata al benessere individuale: si digiuna per piacere o per piacersi. Ma poiché il piacere è effimero, anche il digiuno risulta faticoso e sterile.

Nel Vangelo, Gesù presenta il digiuno in una dinamica relazionale: Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare (Mc 2,19).

Attraverso un’immagine sponsale, il digiuno viene legato all’amore: è un percorso di purificazione in attesa dell’incontro con lo sposo. Senza questa relazione, il digiuno è solamente sacrificio, rinuncia, dolore.

Nella relazione con Gesù, il digiuno lava il volto gioioso del discepolo e lo profuma di attesa, desiderio e impegno.

- Se scelgo di diminuire il tempo dei social o della tv, senza riempirlo con la lettura, la preghiera o con la visita ad un ammalato, quel digiuno non farà che rattristare la mia vita.

- Se il venerdì rinuncio alla carne o offro il “fioretto” dei dolci, ma ciò che non consumo non viene condiviso con la comunità o con chi ha bisogno, non assaporerò mai il gusto della relazione.

- Se mi impegno a non spettegolare, ma non nutro il mio vocabolario di pensieri e parole buone, il mio digiuno sarà faticoso e non produrrà alcun frutto.

Solo un digiuno compiuto con amore guarisce il cuore, riempiendolo di una feconda attesa. 

 

Le nostre relazioni guariscono con la preghiera e il digiuno, ma esistono anche legami capaci di portare guarigione: questo è il secondo significato.

Come il Buon Samaritano, queste relazioni hanno il sapore della cura. In questa Quaresima desideriamo vivere così la pratica dell’elemosina.

 

Come può una parrocchia diventare un luogo in cui le relazioni sanano ferite?

Ce lo ha insegnato Gesù: prendendoci cura gli uni degli altri.

Il termine cura possiede due sfumature:

-        curare, inteso come trattare una malattia per guarirla;

-        prendersi cura, inteso come avere a cuore l’altro.

Questi due aspetti possono aiutarci a vivere la Quaresima in modo nuovo.

Le nostre Comunità, il centro storico e le famiglie hanno bisogno di persone che se ne prendano cura in questo duplice senso.

Siamo invitati, perciò, a vivere il perdono come il balsamo che medica le ferite.

C’è necessità di persone capaci di lenire le piaghe dello scoraggiamento, della divisione e del chiacchiericcio attraverso l’incoraggiamento, lo stimolo al bene e parole buone.

Le comunità parrocchiali e il nostro territorio hanno bisogno di persone a cui sta a cuore l’intera comunità.

Nelle nostre parrocchie non mancano persone che si prendono cura dei nostri ambienti, del canto, della catechesi o che medicano le ferite della povertà e della malattia con generosità. Di tutto siamo profondamente grati.

Tuttavia, stiamo vivendo un tempo nuovo che ci chiede di non trattenere per noi stessi i carismi e i servizi ricevuti, ma di prenderci cura non solo di una parte, bensì del tutto.

In questo nuovo cammino siamo sollecitati a vivere anche tra le nostre parrocchie lo stile della  prima comunità cristiana: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32).

Saremo capaci di mettere in comune i nostri riti e servizi, le nostre abitudini e tradizioni, i nostri spazi e tempi, le nostre attività e risorse? Prima di chiederci “come” farlo, dovremmo domandarci se lo desideriamo veramente.

Così come ci sono legami che aiutano a guarire, allo stesso tempo ci sono isolamenti e chiusure che ci fanno ammalare. Quando pensiamo di bastare a noi stessi per essere felici, di poter fare tutto da soli, di essere arrivati o autosufficienti, anche le nostre comunità invecchiano, si ammalano e non portano frutto.

In questa Quaresima pregheremo di più perché il Signore ci indichi la strada della riconciliazione e della comunione; digiuneremo da pensieri, parole e omissioni che ci allontanano gli uni dagli altri; come il Buon Samaritano, ci impegneremo a prenderci cura dell’intera comunità, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo, quartiere o interesse.

Attendiamo la Pasqua, il tempo in cui il Signore rende nuove tutte le cose.

Prepariamo gli otri del nostro cuore guarito e riappacificato, perché il Signore possa versarvi il vino nuovo (cf. Lc 5,38) della Pasqua!

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