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Il linguaggio della Carità: "Lì amò sino alla fine" (Gv 13,1)

Nel periodo di Avvento/Natale abbiamo meditato il mistero dell’incarnazione chiedendo a Gesù di insegnarci il linguaggio della fede e della speranza.

Anche il tempo di quaresima è intimamente legato al mistero dell’incarnazione, poiché essa trova nella morte di Gesù il culmine dell’abbassamento e umiliazione di Cristo che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.[…] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,5-8). 

Nel periodo natalizio, al termine della messa, mi piaceva sostare ai piedi dell’altare e guardare il crocifisso ascoltando il canto del “Tu scendi dalle stelle”. 

Le parole “Io ti vedo qui a tremar O Dio Beato. A te, che sei del mondo Il Creatore mancano panni e fuoco O mio Signore!”  le vedevo riflesse sul corpo di Cristo adagiato non solo sulla culla ma anche sulla croce. Ma, ancor più, risuonava in me la consapevolezza che dinanzi a noi, tra la culla e la croce si declinava il linguaggio dell’amore, della carità: “Quanto questa povertà più mi innamora! Giacché ti fece amor povero ancora! Ahi, quanto ti costò l'avermi amato!”.

Perciò, mi è sembrato quanto mai opportuno declinare con voi, per tutto il tempo della Quaresima, il linguaggio della carità. 

Ancor più sollecitato dalle parole di Papa Francesco, nel giorno del Natale: “Gesù ci dà l’esempio: Lui, il Verbo di Dio, è infante; non parla, ma offre la vita. Noi invece parliamo molto, ma siamo spesso analfabeti di bontà”. Parole che hanno fatto da eco all'enciclica “Fratelli tutti” in cui il papa scriveva: “siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell'accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate” (FT 64).

Tutta la quaresima è il tempo dell’amore perché è il tempo del deserto, il luogo in cui sentiamo rivolte a noi le parole del Signore “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…  Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell'amore e nella benevolenza” (Os. 2,16.21).

L’amore è il senso del digiuno: “Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” (Is 58,6).

L’amore è il senso della preghiera: ce lo ricorda Gesù invitandoci a pregare Dio chiamandolo Padre.

L’amore è senso della penitenza: “Perciò, io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama” (Lc 7,47).

Del linguaggio dell’amore vorrei consegnarvi tre parole: Interesse – coraggio – sacrificio. 

1. Interesse

L’amore ci spinge ad interessarci dell’altro. Questa parola ha una radice latina: inter-esse. Nella croce noi comprendiamo l’amore di Dio per gli uomini: Dio ci ha tanto amato da interessarsi di noi. Quando si smette di amare tutto ci diventa indifferente, passiamo oltre la storia, oltre l’altro, oltre la vita stessa. Come i sacerdoti e i leviti nella parabola del buon samaritano passiamo oltre, non ci interessiamo. “Ci siamo abituati - scrive il papa - a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (FT 64). Interesse vuol dire stare-tra. Da Gesù impariamo cosa vuol dire “stare tra”, impariamo il linguaggio dell’amore che stupisce, interroga: “Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: "Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?" (Mc 2,16). 

In questo tempo ci chiediamo: E ai discepoli di Gesù cosa interessa? I propri affari? i propri beni? i propri interessi? La conversione a cui ci richiama questo tempo di quaresima potrebbe riguardare i nostri interessi. Dove si trova il nostro cuore? tra cosa si trova? “Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

2. Coraggio

Anche questa parola ha una radice latina: cor-habere o cor-agere (agire con il cuore). L’amore è coraggioso, non si lascia frenare dalla paura. Pensiamo alle madri-coraggio, ai martiri e in essi intravediamo un segno dell’azione di Dio verso di Dio. Quante volte abbiamo sentito rivolte a noi le parole di Gesù: “Coraggio, sono io!”. Il coraggio ci ricorda che l’amore non tanto un sentimento o un'emozione: è una scelta da fare con il cuore. Il suo linguaggio non è fatto soltanto di parole, quanto di azioni, di opere. Ci vuole coraggio per amare secondo il vangelo: per perdonare, ricominciare, accogliere, donare, per vivere la carità il tutta la ricchezza del vocabolario insegnatoci da Gesù.

In questa quaresima potremmo esercitarci nello scoprire per ogni lettera dell’alfabeto una parola del vangelo che ci aiuti a riconoscere la ricchezza del vocabolario della carità insegnatoci dal Maestro. 

3. Sacrificio

Anche l’ultima parola ha una radice latina: sacrum-facere, rendere sacro. I sacrifici antichi avvenivano con il fuoco: un bue o una pecora venivano bruciati per diventare una offerta per Dio. Nella croce di Gesù noi impariamo l’amore che si dona nel sacrificio. 

L’autore della lettera agli ebrei si chiedeva: “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo - il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio - purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? (Eb 9,13-14.). L’amore è un sacrificio, ci brucia e ci consuma per illuminare. È ciò che contempliamo nel cero pasquale: una luce che brucia consumandosi. 

Non possiamo pensare di amare senza dare, senza perdere, senza consumare. Così come non possiamo comprendere il sacrificio senza l’amore. Lo stesso evangelista Giovanni introdurrà tutto il racconto della passione del Signore con l'espressione: “li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Essa è il "mercoledì santo" che ci introduce nel grande mistero della passione - morte e risurrezione di Gesù. Non possiamo comprendere la croce senza l’amore.

Il sacrificio senza amore è faticoso, incomprensibile, inutile. Gesù, sulla croce, consegna se stesso, diventando per noi l’agnello che toglie i peccati dal mondo. Il suo dono sulla croce è il segno del suo amore. Con la sua consegna al Padre, Gesù rende sacro, sacro tutto ciò che è unito a Lui. Il fuoco che brucia la nostra vita è la carità. L’amore brucia, purifica, riscalda, rende la nostra vita un’offerta, un dono. 


Questa disposizione del cuore mi è sembrato di coglierla in una preghiera di S. Ignazio che ci accompagnerà in questo tempo di Quaresima. La pregheremo ogni giorno al termine della messa e, nelle nostre case, all'inizio o al termine della nostra giornata.


«Prendi, Signore, e accetta 

tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto,

 e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; 

tu mi hai dato tutte queste cose, a te, Signore, le restituisco;

sono tutte tue, disponine secondo la tua volontà. 

Dammi il tuo amore e la tua grazia, 

queste sole, mi bastano».


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