In questi giorni sono emerse posizioni diverse su come iniziare o vivere questa fase. Forse dovremmo chiederci: cosa abbiamo imparato dalla fase 1?
Mentre si susseguivano indicazioni, comunicati stampa, consigli ho pensato di ritagliarmi un po’ di tempo per chiedermi cosa avessi imparato in questi due mesi.
Mentre si susseguivano indicazioni, comunicati stampa, consigli ho pensato di ritagliarmi un po’ di tempo per chiedermi cosa avessi imparato in questi due mesi.
Per farlo ho ripreso il capitolo IV della Gaudium et spes dove la mutua relazione tra la chiesa e il mondo è declinato da due principi:
- L’aiuto che la chiesa intende dare al singolo e alla società umana
- L’aiuto che la chiesa riceve dal mondo contemporaneo.
A partire da queste due prospettive vorrei rileggere il cammino fatto in questo tempo.
1. L’aiuto che la chiesa intende dare alla società umana
- Promuovere l’unità
- Compiere fedelmente i propri doveri terreni.
- A chi spetta il discernimento?
E i sacerdoti? Il Concilio sottolinea due atteggiamenti:
- “Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione”.
- Riconoscano che “se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa”.
I Vescovi “a cui è affidato l’incarico di reggere la chiesa di Dio” è chiesto di dimostrare, con la vita e la parola, assieme al popolo di Dio, “che la chiesa, già con la sola sua presenza, con tutti i doni che contiene, è sorgente inesausta di quelle forze di cui ha assoluto bisogno il mondo intero” (43).
Cosa abbiamo imparato dalla fase 1?
- Siamo stati segno di unità?
Guardando la fase 1, mi chiedo se siamo stati il segno visibile dell’unità, se l’abbiamo cercata e promossa a partire dall'interno, ognuno con la propria vocazione e le proprie responsabilità. Se non siamo stati tentati anche noi, da forme di narcisismo mediatico, dal bisogno di emergere sull'emergenza, dal desiderio di essere ovunque a tutti i costi. La verifica sulla fase 1 dovrebbe aiutarci a favorire e promuovere, nella fase 2, percorsi di unità nella chiesa e fuori dalla chiesa. In questo tempo in cui ci viene chiesto di prendere le distanze è necessario cercare spazi nuovi per non rinunciare alla comunione di cui l'Eucaristia è sacramento.
- Siamo stati una chiesa popolo di Dio?
Forse, nella fase 1 mi sarebbe piaciuto un più deciso intervento dei laici sull'aumento dei prezzi nei supermercati, una maggiore compattezza nel presentare le proprie perplessità sull'apertura delle sale gioco (magari proponendo forme alternative di socializzazione), un maggiore senso associativo nelle forme di aggregazione laicale, un maggiore bisogno di coinvolgimento e democraticità in un tempo in cui l’emergenza ha fatto emergere solo individualità. Potrebbe essere questo un obiettivo per la fase 2?
- Siamo stati una chiesa povera per i poveri?
- Siamo stati una chiesa del primo annuncio?
2. L’aiuto che la chiesa riceve dal mondo contemporaneo.
“Oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell'apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti” (44). Queste parole aprono le porte a due atteggiamenti: il discernimento – la lettura dei segni dei tempi.
Cosa abbiamo imparato dalla fase 1?
- Una pastorale comunicativa
Ci siamo dovuti fermare e ci siamo accorti che possiamo vivere questo tempo senza necessariamente affannarci. Abbiamo imparato ad usare alcuni strumenti. È vero la nostra inesperienza ci ha resi, a volte, ridicoli, altre impacciati. Ma ci stiamo provando. Forse potremmo continuare ad usare, non solo nella fase2, alcune piattaforme non tanto per inventarci cose strabilianti ma per coinvolgere nella vita della chiesa genitori, giovani o laici che, altrimenti, non parteciperebbero nei nostri organismi di partecipazione. Il “mondo” ci sta insegnando linguaggi diversi per coinvolgere maggiormente le nostre comunità, per favorire percorsi di comunione e dialogo.
- Il primo annuncio della carità
- Ritornare all'Eucaristia imparando dall'Amazzonia
Il 2 febbraio 2020 Papa Francesco ci consegnava l’esortazione apostolica sul Sinodo per l’Amazzonia, una terra in cui “molte delle comunità ecclesiali hanno enormi difficoltà di accesso all'Eucaristia. A volte trascorrono non solo mesi, ma addirittura diversi anni prima che un sacerdote possa tornare in una comunità per celebrare l'Eucaristia, offrire il sacramento della Riconciliazione o celebrare l’Unzione degli Infermi per i malati della comunità” (Documento finale). Un mese dopo le nostre chiese occidentali hanno sperimentato un digiuno che per altre comunità è “normale”. Sulle nazioni più ricche del mondo si è affacciata la paura della fame, una paura che hanno sperimentato nell'Eucaristia le nazioni più ricche di messe e sacramenti. Ho vissuto la prima fase come un tempo di condivisione con le comunità cristiani più deboli, mi sono interrogato sulla loro fede, sulla perseveranza che le sostiene. Nella fase 2 vorrei rileggere l’esortazione di Papa Francesco come rivolta alle nostre Comunità che ora hanno sperimentato un digiuno eucaristico più lungo, per ripartire di là. Sento di dover chiedere perdono a queste comunità sorelle per non aver compreso fino in fondo la loro fatica, il loro dolore, il loro grido. Ma tutto questo mi rende più vicino e fratello nel vivere la condizione di homo viator in questo tempo cui “cerchiamo la città futura” (Eb 13,14).





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